Cammino sui marciapiedi larghi come piccole strade. Ho guardato bene la mappa e non dev’essere difficile tornare al molo. Mi hanno detto che a piedi ci vorrà più di mezzora. Non so dove altro andare per cercare Blanche. All’angolo di una strada – è la prima volta che lo vedo – un vapore bianco e denso sale da un tombino e la gente lo attraversa indifferente senza smettere di guardare avanti. Sembrano tanti cavalli col paraocchi diretti a una qualche stalla lontana. Non ho ancora parlato dei palazzi, mai visti di così alti. Guardare i loro tetti lontani fa dolere il collo e si ha l’impressione che debbano caderti addosso. La luce, qua in basso, arriva velata; dopo aver rimbalzato a lungo sulle pareti dei palazzi, sui vetri lucidi dei negozi, si adagia stanca sopra le persone e le auto. E’ già la terza volta che mi pare di scorgere Blanche in mezzo alla folla, ma l’impressione s’è rivelata sempre sbagliata. Mentre cammino cerco di ricordare le ultime volte che ci siamo parlati. Mi rendo conto, con lieve stupore, che sono giorni che non stiamo più da soli, praticamente da quando ci siamo imbarcati. Sarebbe il momento di guardarti dentro, mi dico, di farti qualche domanda che forse da tempo rimandi. Mi siedo sopra un pilone basso e ci provo, ma non ho neanche voglia di parlare a me stesso. Se mi guardaste dall’alto vedreste un punto che sta fermo in mezzo ad un mare di gente, un’àncora, priva della corda, che si va ricoprendo di alghe. Da parecchi giorni non ho più avuto una delle mie crisi, ma è come se qualcosa di me fosse rimasto imprigionato in uno di quegli attacchi. Sento il colore che mi scivola via. Mi guardo la mano, il palmo ed il dorso. Non ci trovo nulla di strano. Non trema neanche. Sarà.
Un vento bastardo soffia teso sulla strada e sento i piedi gelati. Meglio riprendere a camminare. Ogni tanto fra l’odore di fritto che esce dalle cucine dei ristoranti si sente, forte, quello del mare. Mi torna in mente la storia che mi ha raccontato Blanche, quella del mandolino che sapeva di mare. Ripenso a quello spartito che non era capace di leggere e a quella musica che non ho mai ascoltato. Ripenso a lei che raccontava ed a me che mi fingevo addormentato perché non avevo niente da dire e nel cuore mi abitava la paura di starle troppo vicino. Provo una gran tenerezza per la mia ragazza con la testa che trema; se la ritrovo giuro che la porto a ballare; darò una mancia al pianista e gli farò suonare quella canzone. Poi il molo me lo trovo davanti. Il vento, non più incanalato fra i palazzi, si è fatto tranquillo e fa lamentare le corde metalliche delle barche a vela nel porto turistico che sta sulla destra. Il grande molo per le navi è deserto e si perde in mezzo al fiume che iproprio n questo punto si mescola al mare. Naturalmente Blanche non c’è, ma questo già lo sapevo. Una nuvola, gialla come un catarro, ha margini netti che spaccano in due il cielo lontano. Un topo, gli occhi spiritati, attraversa la strada correndo, la testa girata verso di me e sparisce oltre il bordo del molo.
Caro, carissimo Seb, prendo in mano la penna dopo mesi che non lo facevo. La guardo come fosse qualcosa di strano, un oggetto il cui scopo io non conosca del tutto. Quando si è vecchi la pigrizia è come una cataratta che cala sull’anima e ne rallenta i riflessi. In quest’angolo di mondo dove vivo da anni, è di nuovo primavera, ma le stagioni non riesco più a percepirle nella loro infinita differenza. “Tutto si decolora”, ricordi che me lo dicevi così spesso? Non saprei quando è cominciato questo mio lento svanire, la catena infinita degli attimi non permette di posizionare questo genere di mutamento, il tempo lo puntelliamo soltanto con eventi improvvisi e definitivi, con le morti mi viene da dire, perché è a questo che pensano i vecchi, credendo di meritare nient’altro. Pure, riflettendoci a lungo, mentre ricamo centrini che mi ricordino al mondo, credo di avere individuato il momento, la circostanza alla quale legare il mio farsi di vetro. Fu quando mi accorsi, alla fine di un giorno qualunque, che la mia testa non tremava da un pezzo e fui stranamente sicura che non sarebbe tornata a farlo. Sentii una calma triste che scivolava lungo i muscoli del collo e mi faceva abbassare le spalle. Mi guardai le mani, il palmo ed il dorso e non ci vidi nulla di strano. Poi tutto cambiò così lentamente che non me ne accorsi per anni. Solo adesso che sono in cima alla salita e che posso voltarmi a guardare, ho l’impressione che il mio sguardo opaco abbia acquistato un potere di sintesi beffarda su ciò che è stato, una dote che cambierei volentieri con la risata stupida della prima ragazza che passa. Ti ricordi i versi dipinti sulla tazza di mio nonno e la storia che ti raccontai? Tu non lo sai, perché stavi dormendo, ma alla fine del racconto c’era uno spartito. Molti anni fa, in un bar giù a Sud, conobbi un musicista ed un suo amico poeta. Del musicista diventai molto amica ed anche a lui lessi il racconto e mostrai lo spartito. La notte stessa, fulminato da quelle note, cominciò a lavorare su quell’armonia, la colorò, le strappò lacrime e capelli e convinse l’amico poeta a scriverne il testo. La canzone è diventata molto famosa, ancora oggi la si ascolta in giro per il mondo. Ogni tanto la sento spuntare da una radio e ti penso. Di sicuro anche tu l’avrai ascoltata e mi chiedo se lo hai mai saputo ch’era quella la canzone che io sentivo la nostra. Spariremo, Seb, spariremo se queste lettere non le legge nessuno.
Tua B.
(continua)






