martedì, 22 dicembre 2009

Cammino sui marciapiedi larghi come piccole strade. Ho guardato bene la mappa e non dev’essere difficile tornare al molo. Mi hanno detto che a piedi ci vorrà più di mezzora. Non so dove altro andare per cercare Blanche. All’angolo di una strada – è la prima volta che lo vedo – un vapore bianco e denso sale da un tombino e la gente lo attraversa indifferente senza smettere di guardare avanti. Sembrano tanti cavalli col paraocchi diretti a una qualche stalla lontana. Non ho ancora parlato dei palazzi, mai visti di così alti. Guardare i loro tetti lontani fa dolere il collo e si ha l’impressione che debbano caderti addosso. La luce, qua in basso, arriva velata; dopo aver rimbalzato a lungo sulle pareti dei palazzi, sui vetri lucidi dei negozi, si adagia stanca sopra le persone e le auto. E’ già la terza volta che mi pare di scorgere Blanche in mezzo alla folla, ma l’impressione s’è rivelata sempre sbagliata. Mentre cammino cerco di ricordare le ultime volte che ci siamo parlati. Mi rendo conto, con lieve stupore, che sono giorni che non stiamo più da soli, praticamente da quando ci siamo imbarcati. Sarebbe il momento di guardarti dentro, mi dico, di farti qualche domanda che forse da tempo rimandi. Mi siedo sopra un pilone basso e ci provo, ma non ho neanche voglia di parlare a me stesso. Se mi guardaste dall’alto vedreste un punto che sta fermo in mezzo ad un mare di gente, un’àncora, priva della corda, che si va ricoprendo di alghe. Da parecchi giorni non ho più avuto una delle mie crisi, ma è come se qualcosa di me fosse rimasto imprigionato in uno di quegli attacchi. Sento il colore che mi scivola via. Mi guardo la mano, il palmo ed il dorso. Non ci trovo nulla di strano. Non trema neanche. Sarà.

Un vento bastardo soffia teso sulla strada e sento i piedi gelati. Meglio riprendere a camminare. Ogni tanto fra l’odore di fritto che esce dalle cucine dei ristoranti si sente, forte, quello del mare. Mi torna in mente la storia che mi ha raccontato Blanche, quella del mandolino che sapeva di mare. Ripenso a quello spartito che non era capace di leggere e a quella musica che non ho mai ascoltato. Ripenso a lei che raccontava ed a me che mi fingevo addormentato perché non avevo niente da dire e nel cuore mi abitava la paura di starle troppo vicino. Provo una gran tenerezza per la mia ragazza con la testa che trema; se la ritrovo giuro che la porto a ballare; darò una mancia al pianista e gli farò suonare quella canzone. Poi il molo me lo trovo davanti. Il vento, non più incanalato fra i palazzi, si è fatto tranquillo e fa lamentare le corde metalliche delle barche a vela nel porto turistico che sta sulla destra. Il grande molo per le navi è deserto e si perde in mezzo al fiume che iproprio n questo punto si mescola al mare. Naturalmente Blanche non c’è, ma questo già lo sapevo. Una nuvola, gialla come un catarro, ha margini netti che spaccano in due il cielo lontano. Un topo, gli occhi spiritati, attraversa la strada correndo, la testa girata verso di me e sparisce oltre il bordo del molo.

 

Caro, carissimo Seb, prendo in mano la penna dopo mesi che non lo facevo. La guardo come fosse qualcosa di strano, un oggetto il cui scopo io non conosca del tutto. Quando si è vecchi la pigrizia è come una cataratta che cala sull’anima e ne rallenta  i riflessi. In quest’angolo di mondo dove vivo da anni, è di nuovo primavera, ma le stagioni non riesco più a percepirle nella loro infinita differenza. “Tutto si decolora”, ricordi che me lo dicevi così spesso? Non saprei quando è cominciato questo mio lento svanire, la catena infinita degli attimi non permette di posizionare questo genere di mutamento, il tempo lo puntelliamo soltanto con eventi improvvisi e definitivi, con le morti mi viene da dire, perché è a questo che pensano i vecchi, credendo di meritare nient’altro. Pure, riflettendoci a lungo, mentre ricamo centrini che mi ricordino al mondo, credo di avere individuato il momento, la circostanza alla quale legare il mio farsi di vetro. Fu quando mi accorsi, alla fine di un giorno qualunque, che la mia testa non tremava da un pezzo e fui stranamente sicura che non sarebbe tornata a farlo. Sentii una calma triste che scivolava lungo i muscoli del collo e mi faceva abbassare le spalle. Mi guardai le mani, il palmo ed il dorso e non ci vidi nulla di strano. Poi tutto cambiò così lentamente che non me ne accorsi per anni. Solo adesso che sono in cima alla salita e che posso voltarmi a guardare, ho l’impressione che il mio sguardo opaco abbia acquistato un potere di sintesi beffarda su ciò che è stato, una dote che cambierei volentieri con la risata stupida della prima ragazza che passa. Ti ricordi i versi dipinti sulla tazza di mio nonno e la storia che ti raccontai? Tu non lo sai, perché stavi dormendo, ma alla fine del racconto c’era uno spartito. Molti anni fa, in un bar giù a Sud, conobbi un musicista ed un suo amico poeta. Del musicista diventai molto amica ed anche a lui lessi il racconto e mostrai lo spartito. La notte stessa, fulminato da quelle note, cominciò a lavorare su quell’armonia, la colorò, le strappò lacrime e capelli e convinse l’amico poeta a scriverne il testo. La canzone è diventata molto famosa, ancora oggi la si ascolta in giro per il mondo. Ogni tanto la sento spuntare da una radio e ti penso. Di sicuro anche tu l’avrai ascoltata e mi chiedo se lo hai mai saputo ch’era quella la canzone che io sentivo la nostra. Spariremo, Seb, spariremo se queste lettere non le legge nessuno.

Tua B.


(continua) 

postato da: RottamieViolini alle ore 02:11 | Permalink | commenti (15)
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giovedì, 10 dicembre 2009


Luna, dove vanno i tuoi
bianchi capelli, dove
osan dormire quegli occhi
di nube? La strada
è impazzita. L'avevo
mai vista così.
Persino Firenze
s'abbandona alla notte.
Noi siam due figure
due ombre
si sfiorano appena,
madonne
e messeri venuti da antichi
palazzi.
Guarda,
trapassa le case
innamora le piazze
per te danza questa notte sublime.

postato da: RottamieViolini alle ore 13:55 | Permalink | commenti (10)
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venerdì, 04 dicembre 2009



Che fredda la stanza ove stava

la coltre bramata. La tana di neve

è un lenzuolo di cui tu

fai collina.

La finestra è l’altare che

la luce del lampo

e del tuono il rumore

rende immagini sacre.

 

Fu per noi che la terra

girava, e, discreta, la vita

sospese nel fiato l’andare

 

 


postato da: RottamieViolini alle ore 08:46 | Permalink | commenti (9)
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lunedì, 30 novembre 2009

Quando ho aperto la porta dell’appartamento preso in affitto, ho visto quello che m’ero aspettato. Stanze piccole e poco luminose, mobilio talmente impersonale che ti fa venir voglia di uscire o dormire. Le finestre delle camere, con le tende ingiallite, si affacciano su un cortile interno sterrato e pieno di gatti. Una grossa scala arrugginita scende lungo il muro e finisce ad un paio di metri da terra, sopra un cespuglio violaceo. Non ci salirei per niente al mondo. La finestra della cucina dà invece sulla strada, una via di media grandezza piena di auto e di gente. C’è sempre confusione e rumore. Sirene, martelli pneumatici, mole che mordono il ferro, urla e risate. La città pulsa senza tregua, deve avere da qualche parte un grosso cuore instancabile. La luce che scende dal cielo lontano si mescola a quella delle insegne e insieme moltiplicano ombre sbiadite e distratte.

Sono molto in pensiero per Blanche. Dorothea mi ha detto di non preoccuparmi perché Blanche di sicuro ha  questo indirizzo. Male che vada, dice lei, la ritroveremo al Chelsea. Sarà. Siamo arrivati all’appartamento da quasi tre ore. Me ne sto affacciato alla finestra e guardo la strada cercando di scorgere Blanche, mi dico che prima o poi la vedrò spuntare là in fondo, ma non sono convinto. Quando siamo sbarcati c’è stata una confusione incredibile. Ad un certo punto mi sono trovato da solo, la grossa borsa a tracolla che mi faceva dolere la spalla. Ho appoggiato la borsa e mi ci sono seduto.

- Ah, sei qua – la voce di Dorothea mi è arrivata alle spalle -  Ero sicura che vi sareste persi. Dov’è finita Blanche? –

- Non lo so. Era insieme a Monica, un metro dietro me. Ma poi è sparita. Ho guardato in giro, ma è impossibile, c’è troppa gente -.

- E naturalmente ti sei messo a sedere –

- Cosa dovrei fare? Ho pensato di aspettare che si diradasse la folla –

- Forse hai ragione, è la cosa migliore -

Abbiamo atteso che tutti scendessero dalla nave, che i saluti finissero e le valigie fossero portate via. Alla fine siamo rimasti da soli sulla banchina, io seduto sulla mia borsa e Dorothea che mi girava attorno nervosa. Dopo un po’ lei si è stancata e mi ha detto

- Andiamo, non c’è altro da fare –

Ho protestato senza tanta convinzione, d’altra parte il molo era quasi deserto. Decine di gru enormi protendevano sull’acqua i loro bracci e si udiva una specie di fischio sottile prodotto dal vento. Abbiamo camminato fino al parcheggio dei taxi. Deserto anche quello. Soltanto dieci minuti dopo ne è arrivato uno e siamo saliti. Lungo il tragitto ho sentito crescermi dentro una sorta di risentimento, non sapevo per cosa o per chi. Me ne sono stato affondato nel sedile con lo sguardo che si posava su niente. Doothea ha pagato il taxi e visto che non mi muovevo mi ha messo una mano sulla spalla.

- Andiamo. Dall’altra parte della strada -.

 

Sono le tre del pomeriggio. Siamo qua da cinque ore. Di Blanche neanche l’ombra. Sono restato disteso sul letto ad osservare una mosca che camminava sul muro, le orecchie tese che speravano di ascoltare qualcuno bussare alla porta. Quando la mosca volerà mi alzerò e andrò a cercarla. La mosca cammina, va avanti ed indietro come un puntino irrequieto. Non vuole saperne di aprire le ali. La mia preoccupazione per Blanche sta crescendo, ma ormai mi sono dato una scadenza e non riesco a violarla. Mi sento come se fossi legato, un patto assurdo con le mie ossessioni mi impedisce di andare da Blanche. Non riesco a pensarla davvero, fisicamente voglio dire, sperduta là fuori. Non il suo corpo, i suoi capelli. Quello che di lei si dev'essere smarrito nella grande città è soltanto l’essenza, il fiato che le sta nei polmoni. Poi mi dico che sto sragionando e nello stesso momento mi accorgo che stavo scivolando nel sonno. Il rumore dei tacchi di Dorothea, nella stanza di là, mi punzecchia  il cervello  come una scossa leggera. Guardo sul muro e la mosca non c’è, mi alzo a sedere sul letto e non sono più sicuro che ci sia mai stata. Sento che qualcosa non va e mi infilo le scarpe. Vado a cercare Blanche. Chissà quanto le trema la testa, là fuori da sola.



(continua)

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sabato, 28 novembre 2009

 

Navigando fra un sud di gabbiani

Rubai dei tramonti il corallo

Uccelli più grandi delle navi

Falciavano le alghe del mare.

 

Fra movenze di sale si perse

La voglia incessante di approdi.

Poi feci alla chiatta un giaciglio

E mi costrinsi a guardare nel sole.

 

Sognai di cullarmi nella notte dei fiumi.



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domenica, 22 novembre 2009

Passò tra i capelli un rumore d’uccello,

un volo di breve contatto – o carezza-.

Ingrigiva il nostro viaggio tra i colli.

Di brevi tempeste la decenza sussurra

tra case – son ruderi vuoti nel cuore -.

Va un torrente lontano

un ramarro di spume verdine. Ma lassù

nell’antica fortezza, nella piazza d’erboso ritegno

ove domina l’aquila vana, tu splendi,

o pagana, e selvaggio è l’avviso

del lampo che guizza metallico e

chiaro.  Pioveva. Vagò tra i capelli

una fatua carezza, di freddo compresa

e la fuga fu breve alla gioia.

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martedì, 17 novembre 2009

La nave avanzava nel buio, inseguita dai riflessi violetti dell’alba. Pareva un vecchio erbivoro che stanco di brucare tornasse alla tana. L’alba imminente portava con sé il va e vieni dei marinai sul ponte. Nelle loro facce trapelava l’eccitazione del prossimo sbarco. Per altri viaggi sarebbero partiti, ma ogni fine segnava una ruga su quella gente di passo. Blanche invitò Monica a fare colazione con gli altri. Dopo le presentazioni il pasto fu breve e silenzioso. Dorothea prese dal banco un po’ di cose per tutti. Si limitò a squadrare la nuova arrivata e non fece commenti. Seb pareva particolarmente stralunato, aveva una faccia da mal di mare. Quanto a Monica raccontò poche cose di sé e nessuno le fece domande. Lo sguardo di Blanche passava sui visi con i soliti piccoli balzi del capo. Finita la caraffa del caffè ognuno andò a finire i bagagli; si diedero appuntamento sul ponte superiore di prua alla nove.

Le prime ad arrivare furono Blanche e Dorothea. S’era alzata una nebbia molto fitta e nell’aria c’era un odore nuovo. Tutte le luci erano accese e dall’alto giungeva ogni tanto il grido spompato di una sirena. Dorothea pensava che quella nebbia le era entrata dentro, che la sua vita, una volta netta come la luce del nord, stava consumandosi agli angoli. Da quando nella chiesa aveva incontrato il figlio di Jimmy, era come se avesse messo un paio di occhiali sbagliati. Quello che adesso vedeva, se guardava appena lontano, era come questo ponte di nave, dove figure dai colori vaghi entravano lente nel suo campo visivo, né erano leste a farsi conoscere.

- Cosa ne pensi? –

- Di cosa? – chiese Blanche.

- Di questa Monica. Ma anche di tutto il resto –

- Non so, con lei mi sono trovata subito bene. Mi pare che una giovane scrittrice sia un buon acquisto per questo nostro gruppo di matti. Immagino sia a noi che ti riferisci con “tutto il resto” –

- Finisci il pensiero –

- Abbiamo parlato tutta la notte. Mentre lei raccontava non riuscivo a togliermi dalla testa che un giorno tutti noi saremmo entrati dentro un suo libro. Che qualcuno leggerà di me e di te, di Seb e della follia lieve che ci ha radunati su questa nave, qualcuno che si farà una qualche idea di quanto sono alta o di che tipo è il tuo sorriso. Che penserà ad uno scopo per Seb ed a un altro per me. Uno scopo, ci pensi! –

Dorothea teneva la testa bassa e si guardava le scarpe dalla punta sottile. Sorrideva con la bocca piegata da un lato e pesava le parole di Blanche.

- Tu sei strana. Una strana ragazza normale. – disse.

- Tu invece sei una strana signora strana – le rispose Blanche ridendo e fingendo di pararsi la testa da un colpo immaginario.

- Lo sai che potrei graffiarti – poi arricciando le labbra aggiunse – Sembro davvero così vecchia? Sarà che viaggio con voi bambini. –

La luce stava cambiando colore, il bianco s’era fatto più intenso, segno che dietro il muro di nebbia la giornata doveva essere bella. Seb e Monica attraversarono il muro nello stesso momento, giungendo da opposte direzioni.

Monica s’era vestita completamente di nero, portava grossi orecchini di metallo e da una catena sottile una croce le pendeva sul petto.

- Buongiorno – disse Monica – mi ha detto un marinaio che già si dovrebbe vedere la terra. Se non ci fosse la nebbia –

- I bagagli sono a posto? – chiese Dorothea senza badare alla ragazza.

- Sì, ho anche guardato in giro e non credo di aver lasciato fuori qualcosa – rispose Seb.

- Meglio così –

Blanche guardò Seb con la coda dell’occhio. Da quando erano partiti non erano più stati soli, quella sottile striscia di confidenza che s’era creata, con fatica, tra loro, era tornata ad assottigliarsi. Man mano che la nave avanzava sul mare Seb s’era fatto più solitario, parlava poco e non dormiva quasi mai. Un paio di volte gli aveva chiesto cosa avesse, ma lui aveva cambiato argomento. Non sembrava che la domanda gli desse fastidio, semplicemente non aveva nulla da dire. Una sera avevano parlato del fratello e di Jimmy, ma anche in questo caso Seb non aveva mostrato alcun entusiasmo, parlava del padre e di Andrea come fossero lontani nel tempo e lui, lui che avrebbe dovuto cercarli, stesse scivolando fuori dalla loro storia. Blanche si ricordò che Dorothea l’aveva guardato, alzando la testa da un libro, con gli occhi pieni di compassione. Scuotendo il capo aveva fatto un lungo respiro che di sicuro voleva ricacciare dentro qualcosa.

Seb guardava la nebbia e con entrambe le mani si toccava i capelli. Blanche pensò che stargli vicino era davvero fatica. Anche lei fece un lungo respiro.

- Monica – chiese Dorothea – tu dove ti fermi a dormire? –

- Mi hanno preso una stanza al Chelsea Hotel. Devo incontrarmi domani mattina con l’editore –

- Noi abbiamo affittato un appartamento tre isolati a sud. Ci aspettano nel pomeriggio. Possiamo prendere un taxi assieme –

Seb si era perso dentro la nebbia, sentiva le tre donne parlare e non aveva la forza di dar forma a quei suoni. Gli sembrava di essere ancora alla finestra della casa di Elisa. Da quella cucina il mondo era stato diverso. Poi non aveva cessato di mutare, senza lanciare segnali aveva preso una china che non pareva una strada e tornava alla nebbia che lo circondava.

 

Sei mai stato a teatro, quando si apre il sipario e la bocca, prima annoiata, lo imita stupita?  Fu così che la nebbia lasciò il campo al sole ed al mare e alla città di guglie frastagliate che comparve davanti e a destra. La nave di ferro e di legno sbucò dalla nebbia sudata e sembrò dare un sussulto, la sirena dall’alto ritrovò il suo tono potente e tutti sul ponte si girarono a guardare. La città era tutta chiazzata di luce e colori, il cielo che le stava sopra pareva una sua emanazione.

 

 

 

(continua)

postato da: RottamieViolini alle ore 17:23 | Permalink | commenti (4)
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giovedì, 12 novembre 2009

Hotel con vista sul mare.

Rifugio e pertugio

a scalare.

Così passa

con colpo di tacco

l’ora incerta

che, vedi,

è la vita.

Hotel dove nulla si vede.

Come sopra si scrive.

Tutti i nomi

che davo alle onde

sono fuori stagione

postato da: RottamieViolini alle ore 01:06 | Permalink | commenti (6)
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sabato, 07 novembre 2009
L'amica Morfea mi ha proposto di scrivere qualcosa assieme e mi ha inviato suoi versi. Da risposte e controrisposte è nato questo piccolo dialogo poetico. Inizia Morfea.




Sgombero le stanze da ragnatele fitte e da ragni in amore
solidi i muri invecchiano, sgretolandosi sugli orizzonti
come mareggiate inferte al pensiero
deformando ore di pace
in vampe di nomi dentro collane di perle masticate
usate su vesti sporche di fango e fogliame
come miagolii sui polsi, slacciati alle asole
dipinti da aghi convessi e con fili di ritardi

nominati a stento, sull'asfalto sbriciolato di acque mute




Di ragnatele e di ragni in amore,
di muri, di perle, di fango e fogliame.
Di ogni cosa che parla
alla rosa ed al fulmine vano.
Di ritegni e parole passate
fra le cosce del vento
e restate a guardare
E se ciò che scriviamo
nella tasca fermenta,
lo daremo ai miei cani.
Domani.


Sono piena di rimandi a domani
note a margine
per rinnegare l'insoluto
e rimediare alla delicatezza di un sapermi
accaduta sulle parole
quando il tuo sguardo
non ha ombre di dubbio


Domani l'incerto che viene
l'incarto con cura.
Guardandomi attorno
scelgo ancora la nebbia
e parlarle con voce flautata
non mi costa fatica.
Lo specchio non basta all'inganno
ci abito dentro da molto,
io,
per quanto ricordi
dai bordi scalati del tempo.

 



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mercoledì, 04 novembre 2009

 



Viandanti. I. Premessa al viaggio


Che cosa li mosse,

quel che li spinse

a inoltrarsi nel vuoto

qui non viene mai detto.

 

Vi basti sapere delle notti

passate a cantare le strade,

appese tra le dita ad asciugare

come musiche bianche.

 

Ognuno possiede cavalli

ma li spinge soltanto in recinti.

Intanto oltre il davanzale 

dell'insicura foresta

qualcuno cammina.

 

 

 

Viandanti. II. Quelli che vanno.

 

 

e' venuto dal crocicchio del mattino

- lo picchiarono le favole

il vento scompiglio' i suoi capelli -

il suo naso di viaggiatore

fende le notti piu' cupe.

 

L'altro e' sceso nelle strade

suadenti lo chiamarono

luci dell'alba

la rima degli occhi e' il sentiero

ove posa l'orizzonte.

 

Discendenti di genti abbandonate

tesseranno la storia del futuro.

Recano bisacce con sogni

ancora da fare.

 

 

 

 

Viandanti. III. La partenza

 

 

E' tardi.  Gia' muove la luce

dai suoi fondi di bottiglia.

Dischiude la notte, filtrando

dal liquido scuro anfratti piu' neri,

passaggi che portano a strade

 

Si va,

quando e' ora si va.

Sarebbero strade aperte per nulla ?

 

Ruminate le frasi oltre cui non si torna.

 

La notte si schiude e registra,

scrivana, i minuti.

Sappiam solo d'andare

e le prue ed i piedi

gli occhi persino

cosi' se ne vanno

giardini del fondo del mare.

 

E' tardi. La luce gia' muove.

 

 

 

 

 

Viandanti. IV. Il bivacco.

 

 

Il fuoco sta acceso da solo

la legna seccata era buona

con dita di gazza la cetra

chi viaggia non dorme, ma suona.

 

Discende ogni fiocco di luna.

 

 

 

 

Viandanti. V. Il bivacco. Parte seconda

 

 

Appoggia i colori sulla palpebra chiusa

li lasceremo ad aspettare la sera

lei non manca appuntamenti secolari

sempre viene con la luce di gatta.

Balleremo con un giallo ed un verde ubriachi

scenderemo tra i rossi di fragola

e le viole che stanno un po' ovunque.

Concerto di periferia disadorna

questa sera sul palco degli occhi.

Ci sono i violini

e i rottami non sono da meno.

 

 

 

 

 

Viandanti. VI. Riflesso del boccale notturno

 

 

La luna e i suoi occhi cerchiati

galleggiano ancora.

I lunghi calumet della notte

sono grossi anaconda

nelle crepe del cielo

e fumano a lungo.

Noi restiamo a guardare.

 

Intorno imbalsamata è la notte

i pensieri si spengono

come stelle cadenti

- oh quante e tacite stelle ! -

 

Ogni briciola vana del tempo

sospende l'andare,

del vino l'anima scura

non riesce a pervadere i cuori,

pure traccia sentieri

plasmando il tuo viso

con mani di strega.

 

 




Viandanti. VII. Il risveglio.

 

 

" Quando il sonno divenne,

la linea delle palpebre chiuse

dei sogni fu l'antro "

 

Ma la luce ricompone visioni

colori deposita un pollice in la'

 

" Quando il sonno divenne la linea

i miei occhi nei tuoi congiungente

svanirono i fiori-lungo-dormienti..."

 

Le ombre sono morte da molto

la polvere e' il canto piu' eterno

gli uccelli-lunghissime-code ci guardan partire.

 

 

 

 

 

 

Viandanti . VIII. e IX. Arrivo - La città delle tre donne

 

 

Di lontano la videro, bianca e dormiente.

 

I loro nomi sono archi di stella

son chinarsi di capo alle attese regine

 

 

 

******

 

La prima,

la piu' giovane e bella

distende la tacita bocca

sulle stanze silenti.

 

Seconda,

la fioca ragazza dagli occhi

impazziti tralascia

le fosche parole, lei tace

che dorme chi dice si sbaglia.

 

La terza,

la triste, la bianca,

l'essenza mortale dei tempi

della Dolce prigioniera

Tristezza.

 

 

 

 

 

 

Viandanti. X. Cerchiata è la fine.

 

 

"Quando il legno improvviso parlo'

sul fragile bordo degli occhi

lo sguardo sorprese "

 

Le luci del mattino somigliano a Betlemme.

Noi due ora siamo lanciati nel Suono

e noi due non bastiamo, non siamo la pioggia.

 

Palpando quei cieli Betlemme stupiva.

 

 

postato da: RottamieViolini alle ore 12:21 | Permalink | commenti (7)
categoria:viaggio, poema, viandanti